Nel 2010 lo scrittore americano Jonathan Safran Foer pubblicò un libro che non somigliava a nessun altro: Tree of Codes. Non lo scrisse nel senso tradizionale, ma lo scolpì. Partendo dal romanzo Lo street dei coccodrilli di Bruno Schulz, eliminò fisicamente parole e frasi dalle pagine con tagli laser, creando un nuovo testo che si leggeva attraverso vuoti e spazi.
Ogni pagina era una finestra che lasciava intravedere quella successiva, e l’atto di sfogliare diventava parte della narrazione. Non esistono due copie identiche: i tagli rendono il libro fragile, quasi impossibile da ristampare in grandi numeri. È un’opera che obbliga il lettore a un’attenzione diversa, a rallentare.
Tree of Codes non è solo un romanzo, ma un oggetto che mette in discussione cosa significhi davvero “scrivere” un libro. In un’epoca di testi liquidi e digitali, Foer ha usato la carta per trasformare la letteratura in scultura, ricordandoci che a volte la forma è già racconto.